Quanto guadagnano i giornali sui social? Lo svela un report

Cattive notizie per l'editoria online che si affida a canali come Google, Facebook e Snapchat
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Chi paga per le notizie online? Socialcom ha di recente organizzato un dibattito sull’argomento, coinvolgendo le principali personalità del mondo del giornalismo italiano online. E non si è arrivati a una conclusione definitiva, anche se qualche proposta interessante è emersa (clicca qui per un resoconto del panel e il video completo dell’evento).

Quello della monetizzazione dell’informazione online resta un tema dibattuto anche all’estero. C’è chi ha individuato una soluzione più o meno soddisfacente nel cosiddetto paywall, ovvero l’accesso a determinati contenuti sul web esclusivamente a pagamento. Il Financial Times, già oggi, guadagna più con questo sistema che con il cartaceo. Ma la questione resta aperta.

Uno dei problemi che affronta il mercato editoriale sono i cosiddetti Over-the-top: terze parti, aziende private, su cui i principali giornali online distribuiscono i propri contenuti. Google, tra i motori di ricerca; i social media, su tutti Facebook. Spesso questi canali guadagnano in termini di interesse e credibilità agli occhi degli investitori pubblicitari, proprio grazie alla qualità dei contenuti postati dalle imprese editoriali. Ma queste ultime cosa ricevono in cambio dei propri sforzi? Poco, troppo poco.

14%

Ieri è trapelato un report del DCN (Digital Content Next), associazione di categoria che raccoglie alcune delle principali testate e televisioni americane, sui guadagni messi a segno dalle imprese editoriali attraverso la pubblicazione dei propri contenuti su siti terzi. Nell’analisi sono contenuti riguardo Facebook, Twitter, Snapchat e YouTube (Google).

E le notizie non sono affatto buone.

In totale, nei primi 6 mesi del 2016, in media gli editori di fascia premium hanno generato 7,7 milioni di introiti dalla distribuzione dei contenuti sulle piattaforme online. E stiamo parlando di colossi: Financial Times, ESPN, Bloomberg, NBC, The New York Times, tra gli altri. In tutto, i dati raccolti hanno riguardato 19 membri di DCN.

Il canale di distribuzione che ha generato più revenue è stato YouTube: 773,567 dollari in media. Seguono Facebook (560,144 $), Twitter (482,788$) e Snapchat (192,819$).

DCN

DCN/Business Insider

Sebbene le cifre possano sembrare enormi in termini assoluti, paragonandole alle dimensioni dei publisher coinvolti risultano ridicole. Prendiamo solo il New York Times. Nell’ultimo trimestre del 2015, il quotidiano americano ha raccolto 444.68 milioni di dollari di entrate totali. I 7 milioni provenienti da social e Google nei 6 mesi successivi rappresentano una percentuale irrisoria.

Secondo il report DCN, inoltre, la quota di pubblicità che finisce a giornali e tv rappresenta appena il 14% del totale delle revenue generate da Facebook, Google & c.

Dubbio amletico

Secondo Business Insider, giornale americano che ha per primo pubblicato i risultati del report trapelato da DCN, le imprese editoriali affrontano “una difficile dicotomia“.

Social e motori di ricerca, infatti, hanno un impatto enorme sulla diffusione dei contenuti editoriali, aumentandone a dismisura la portata. Una diffusione che le aziende possono monetizzare attraverso le pubblicità, gli abbonamenti e, in alcuni casi, l’e-commerce.

D’altro canto, però, quelle stesse piattaforme di diffusione sono dei competitor, che lottano strenuamente per l’attenzione della stessa fetta di audience. E in più, attraverso alcuni programmi come AMP (Google), Instant Article (Facebook) e Discover (Snapchat), gli editori sono incoraggiati a pubblicare i propri contenuti direttamente su quei canali distributivi. Di conseguenza, cedono agli over-the-top il controllo completo su monetizzazione, ads e dati raccolti sugli utenti.

Contattati da BI, Facebook e Twitter hanno declinato l’invito a commentare il report. Google non ha risposto alla richiesta. Un portavoce di Snap Inc ha invece dichiarato di non poter commentare direttamente l’analisi, visto che non è stata diffusa la metodologia utilizzata. Ha aggiunto che le cifre sarebbero “inaccurate” e non rappresenterebbero le opportunità di guadagno offerte da Discover.

 

Foto in evidenza: Sollok29

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